
Chi siamo

Nome: Collettivo Spartaco Santa Maria Capua Vetere
Banda di fratelli, compagni, amici che ha scelto di passare all'azione. Consapevoli di essere spesso dalla parte del torto.
Cosa amiamo
La vita, la politica, la passione che muove gli animi, l'azione, la concretezza, la conoscenza, l'essere diretti, chi non accetta compromessi, chi combatte, chi cade ma sa rialzarsi, chi non china il capo, chi resta fermo sulle sue posizioni, chi è bandiera ma non bandieruola. Chi ci ispira: Ho Chi Minh, Mao, Marx, Lenin, Maradona, Mike Tyson, Mohammad Alì, Nelson Mandela, Giap, Carlo Santagata, Robin Hood, Bruscolotti, Spartaco, Sean Mallory.
Cosa odiamo
Borghesi, benpensanti, moralisti, doppiogiochisti, democratici per convenienza, fascisti, reazionari vari, conformisti, conformisti di sinistra, freakkettoni, perdenti cannaioli, chi non combatte, gli ignavi, chi non si schiera, chi crede che esista l'obiettività, chi crede che tutto debba essere mercato, chi è bandieruola ma non bandiera,
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HANOI - «Era una guardia appena arrivata. Quando seppe che nella cella 13, ala Ovest, c'era un pilota abbattuto mentre bombardava Hanoi, e soprattutto figlio dell'ammiraglio che comandava la guerra per mare e per cielo contro il nostro Paese, la recluta sputò nel piatto di riso prima di portarglielo. Come comandante della guardia carceraria, l'ho rimproverato aspramente. Quel pilota era nostro prigioniero, affidato alla mia tutela. Doveva essere trattato con durezza, ma con rispetto».
dal sito: www.corriere.it
«Io, il carceriere di McCain
e cinque anni di interrogatori»Parla il vietnamita cui fu affidato il «prigioniero eccellente»: «Non l'abbiamo mai torturato»
Nguyen Tien Tran
Quel pilota era McCain, e il suo carceriere è un uomo di 75 anni, tre più di lui. Vive a duecento metri dall'Hoa Lo, che gli americani chiamavano con ironia Hanoi Hilton: la prigione. Casa al primo piano, scala buia, toilette sul ballatoio. Piedi nudi sul pavimento di legno, vecchie foto in divisa, una Tour Eiffel di plastica sul tv color, la sola cosa che abbia meno di quarant'anni. È la prima volta che racconta questa storia. «Mi chiamo Nguyen Tien Tran, sono nato il 18 maggio 1933, e ho servito per quarant'anni nell'esercito vietnamita. Il 26 ottobre 1967 presi in custodia il capitano della Marina americana John Sidney McCain, appena ripescato dal lago Truch Bach, un chilometro a nord da qui. Non era certo il primo; ma non ne avevo mai visto uno così malridotto. Braccia rotte, ginocchio destro a pezzi. Gli demmo da mangiare e da bere; vomitò tutto. Delirò per l'intera notte.
Il mattino dopo lo portammo all'ospedale 108, quello dei militari, dove fu operato e rimase un mese. Io non lo perdevo mai di vista, talora non tornavo a casa neppure la notte e dormivo nella stanza a fianco: temevo che un medico o un infermiere potesse fargli del male. E noi non volevamo che morisse; ci siamo accorti quasi subito che era figlio e nipote di due grandi ammiragli americani. Ero il responsabile del suo caso: dovevo sorvegliarlo da vicino e, appena possibile, interrogarlo. Compito che ho svolto per cinque anni e mezzo ». Fin dall'inizio, le due storie divergono. McCain scrive di essere rimasto abbandonato per quattro giorni, che i vietnamiti per curarlo volevano sapere «tipo d'aereo, obiettivi futuri, e altri particolari di ogni sorta». Portiamo a Nguyen Tien Tran l'autobiografia del suo prigioniero, Faith of My Fathers. Lui nota subito che «adesso si firma solo John, ma una volta insisteva: “Mi chiamo John Sidney McCain”».
Poi si prende mezza giornata per leggere i capitoli sulla cattività a Hanoi, e replicare. «Non è andata così. Noi non abbiamo mai torturato McCain. Al contrario: gli abbiamo salvato la vita, curandolo con medicine preziosissime che talora mancavano ai nostri feriti. L'aereo l'avevamo abbattuto, i suoi bersagli erano chiarissimi, il suo nome era scritto sulla piastrina di riconoscimento. Se non l'avessimo curato subito, sarebbe morto. Non è vero che tentò il suicidio; non aveva l'aria di voler morire, accettava il cibo, chiedeva le medicine; e poi era un tipo ambizioso, che si aspettava molto dalla vita. Non è vero che venne il generale Giap a visitarlo; Giap per noi era ed è un mito, il vincitore di Dien Bien Phu, se fosse venuto me ne ricorderei. Non è vero che McCain elencò la linea d'attacco della squadra dei Packers per non dare i nomi dei compagni: è un'informazione che non ci serviva e non gli abbiamo chiesto. Non è vero che per ingannarci parlava di missioni in Antartide e disegnava portaerei con piscine a bordo. McCain sapeva che non eravamo stupidi e non aveva voglia di scherzare: gli interrogatori erano molto seri, e pure lui lo era. Quel che ci interessava era persuaderlo che la guerra americana fosse sbagliata e criminale. E alla fine la confessione l'ha firmata. Si era reso conto delle condizioni, e le aveva accettate. Anche se negli interrogatori non ha mai ammesso di essere nel torto. Diceva che lui aveva fatto una guerra pulita, dal cielo. E ha ripetuto, sino all'ultimo, che la guerra per lui era giusta».
McCain ai tempi della prigionia
Le parole del carceriere non implicano che McCain abbia drammatizzato il racconto della prigionia
Aldo Cazzullo
La prima notizia che mi salta agli occhi quando apro la pagina on-line di Repubblica: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/economia/parmalat-richiesta-pm/norma-salvaprocessi/norma-salvaprocessi.html
BB1983
A volte mi sembra che siamo rimasti davvero in pochi a considerare queste cose come delle nefandezze... mi chiedo ora tutti i giustizialisti sui casi Parmalat e Cirio che pontificavano dalle reti Mediaset, i Del Debbio di turno che chiedevano regole certe per il mercato e soprattutto norme più severe in caso di crac finanziario, cosa diranno? Sono stati smentiti dal loro stesso padrone.
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